“Keep the junk. Save the jungle.”
Tranquilli, niente lezioni d’inglese oggi, ma siamo partiti proprio da qui per raccontarvi cosa c’è dietro il nostro lavoro e dentro i nostri prodotti.
Nel nostro pay-off trasmettiamo un messaggio e raccontiamo un obiettivo: incoraggiamo a fare ognuno la propria parte e raccontiamo come JUNKLE si adopera ogni giorno per compiere la sua, raccattando un pezzo di “junk” alla volta, dando una seconda possibilità a ciò che pare ormai pronto per essere buttato via.
Quella che per molti è solo “robaccia” – “junk” in inglese, ricordatevelo per dopo – per noi è oro sommerso: vele usate che hanno transitato nel Mediterraneo e nel Mar del Nord, offcut di pvc da altre lavorazioni e deadstock di teloni dei mercati siciliani.
A eccezione di quel parrucchiere che ci ha totalmente sbagliato il taglio di capelli (ne sapete qualcosa?), tutto dovrebbe avere una seconda possibilità, ne siamo fermamente convinte.
Partiamo da Palermo per arrivare a JUNKLE.
Qualora non lo sapeste, il quartier generale di JUNKLE è a Palermo. Una città complessa, che è tutto e il contrario di tutto: affascinante e snervante, eclettica e caotica (molto), ma sempre ispiratrice. Palermo ci stimola quotidianamente e noi la lasciamo fare.
Un po’ come un cuoco che predilige ingredienti a km0, per la realizzazione dei prodotti JUNKLE, ci ritroviamo spesso a utilizzare in primis i materiali che quotidianamente ci offre il territorio.
Persino il nome JUNKLE è stato un “regalo” di questa città. Una sorta di neologismo inglese – così ci piace pensarlo, non ce ne vogliano i madrelingua anglosassoni – un mashup tra “junk” e “jungle”, quindi una giungla urbana piena di robaccia o una giungla da salvare dalla robaccia. Insomma, fate voi, per noi è il nome perfetto per ciò che facciamo: mettere le mani nel caos e tirar fuori uno zaino urban, una cartella dal look anni ‘70, un moderno trench.
Junk, ma non a caso.
Sì, perché certa “robaccia” è dappertutto ma è sommersa, va scovata e ciò che di buono troviamo è molto vario: lo è per la provenienza, lo è per la storia, ma soprattutto, per la tipologia di materiale, il più delle volte sintetico (vele e PVC), con differenti gradi di riciclabilità, ma sempre e solo dismettibile come rifiuto speciale (ciò che vorremmo a tutti i costi evitare, o anche solo rinviare), altre volte bio-based e di derivazione vegetale, come il canvas di cotone dei teloni dei mercati.
Tutto è iniziato con la vela usata. La vela è stato il primo materiale che abbiamo raccattato e con cui abbiamo iniziato a sperimentare. Una volta dismessa, non è stato immediato immaginarla impiegata in contesti differenti dal suo habitat naturale e adattata ad altri scopi. Si è rivelato, invece, un materiale davvero versatile e sorprendente.
Lavoriamo con tre tipi di vela, ciascuna con caratteristiche differenti: la vela spinnaker, la vela da competizione in carbon-kevlar e la vela dacron.
La particolarità della vela spinnaker sta nella sua leggerezza, dovuta al nylon di cui è composta, nei suoi colori accesi e nelle sue cuciture a zigzag – che di per sé la rendono già caratteristica e particolare così com’è. Ci ha permesso di creare accessori di media grandezza – come zaini, borse, marsupi – e, insieme al genio creativo della fashion designer Livia Quaresmini, siamo riusciti a realizzare dei capi di abbigliamento genderless, versatili e adatti per tutti i giorni.
La vela dacron, composta da fibra acrilica, è un materiale leggermente più pesante rispetto alla vela spinnaker e si presta benissimo per la realizzazione di pouf per spazi indoor e outdoor, ma anche di tote bag, astucci e portachiavi super resistenti.
Mentre con la vela in carbon kevlar abbiamo progettato delle tovagliette americane resistenti e facili da pulire.
Tra gli altri materiali che usiamo c’è il PVC, un materiale sintetico di elevata resistenza e durabilità, impermeabile, facile da pulire e riciclabile più volte. Lo recuperiamo noi stesse, girovagando tra le botteghe degli artigiani locali, come pre-consumed leftover o deadstock di magazzino, che altrimenti butterebbero via.
Ci sono, poi, i deadstock delle tele in cotone dei tendaggi degli storici mercati siciliani, un tessuto robusto e colorato rivelatosi perfetto per creare pouf e cuscinoni dallo stile pop contemporaneo (se non esiste lo abbiamo appena inventato, da vere trendsetter) adatti ad arredare sia dentro che fuori casa.
Dai Materiali alle Collezioni.
Con vela usata, offcuts di PVC e deadstock di tessuti da esterni e da tappezzeria creiamo piccoli accessori, zaini, borse, marsupi, capi di abbigliamento e arredi da interni ed esterni e che, a seconda della disponibilità del materiale recuperato, possono far parte di collezioni ricorrenti o capsule collection.
I prodotti realizzati con l’upcycling della vela usata sono raggruppati in più collezioni, come la Spinnaker CCoA. Alcune nascono dalla collaborazione con artisti e designer che condividono la mission di JUNKLE, come la Light Outwear Mini-collection progettata insieme alla fashion designer Livia Quaresmini e la collezione I WAS A SAIL, nella quale le tote bag sono state realizzate in collaborazione con Studio Pica.
I colori accesi degli offcuts di PVC ci hanno ispirato a creare collezioni di accessori come Wanderlust, dal look un po’ anni ‘70, Trick, dallo stile minimal, e Alley, uno zaino dallo stile urban e audace.
Dai deadstock di tessuti, invece, hanno preso vita le collezioni Sicily Markets e Canaponi, che comprendono alcune tra le proposte di arredo in/outdoor di JUNKLE.
Infine, la collezione Rebel Scraps, che comprende tutti i prodotti JUNKLE di piccole dimensioni (es. portachiavi, portacarte etc.) che vengono realizzati con gli ultimi frammenti del materiale che resta quando creiamo prodotti più grandi. Perché qui, se ancora non si era capito, non si butta via niente.
Siamo perennemente alla ricerca di nuove idee e impegnate nel recupero di materiali che altrimenti andrebbero gettati via, per sopravvivere alla giungla urbana e salvare quella vera.



